some interviews:

from AAJ Italia

Il tratto principale della mia musica 
1) buon senso melodico; 
2) strutture flessibili;
3) armonie ricche.

La qualità che desidero nei musicisti che suonano con me 
Grande spirito di squadra.

Come musicista, il momento in cui sono stato più felice 
Ce ne sono un bel po' e non saprei quale scegliere. 
1) Quando ho suonato per la prima e la seconda volta al Village Vanguard, la prima con la nuova band di Greg Osby e la seconda con una all star band; 
2) Quando ho tenuto un concerto con tre professori di musica tradizionale africana dell'INSAAC, Abidjan, Costa d'Avorio, (balafon/voce, djembé, chitarra) durante il mio workshop di improvvisazione jazz di sei settimane tenuto nel 2008, e quando, nello stesso periodo, sono stato invitato a registrare per una produzione locale: non potevo chiedere di meglio per immergermi nella cultura dell'Africa Occidentale!

Come musicista, il mio principale difetto 
Ho sempre il dubbio che dia troppe istruzioni ai miei musicisti.

La mia più grande paura quando suono 
Ho superato quella fase o comunque ho imparato a incanalare una eventuale paura in energia positiva per il processo creativo della musica..

Sogno di suonare 
Con Jack De Johnette, Tom Harrell, Angelique Kidjo e altri.

La mia fonte di ispirazione 
Molteplici: dai musicisti che più ammiro a mio figlio di poco più di 4 anni, situazioni di vita, quadri dei grandi maestri della pittura ... 
Una volta ero viso a viso con Hank Jones (aveva già oltre 80 anni) dopo un suo concerto e gli espressi la mia ammirazione e quanto mi era piaciuta la performance: lui mi rispose che non aveva ancora un parere su quella sera in particolare perché stava ancora pensando a cosa aveva suonato al concerto della sera precedente!

I miei musicisti preferiti 
La lista e' troppo lunga per poter includere tutti in questo spazio. Alcuni sono Greg Osby, Joe Lovano, Mark Turner, Tom Harrell, Jason Brown, Jonathan Blake, David Birelles, Marc Copland, Essiet Essiet, Joe Sanders, Ben Street e ovviamente i musicisti con i quali ho registrato il mio esordio discografico Journal. La lista potrebbe continuare ma mi fermo qui.

I miei dischi da isola deserta:
1) Jaco Pastorius ;  2) Whims of Chambers di Paul Chambers ;  3) Relaxin' e Nefertiti di Miles Davis ;     4) Explorations di Bill Evans;  5) Speak No Evil di Wayne Shorter;  6) Speak Like a Child di Herbie Hancock;  6) Thelonious Monk with John Coltrane;  7) Coltrane's Sound di J.Coltrane; 

Qualsiasi registrazione delle suite per violoncello di J.S.Bach.

La canzone che fischio sotto la doccia 
Non ne ho.

I miei pittori preferiti 
M.C. Escher, Picasso, Van Gogh, Matisse, Kandinski...

I miei film preferiti 
"Il Padrino," "Non ci resta che piangere," "La vita è bella," "The Spinal Tap"...

I miei scrittori preferiti 
Non ne ho uno preferito.

La mia occupazione preferita 
Andare in bicicletta (anche se non ci vado più tanto spesso), giocare a calcio (non ci gioco da un bel po,' forse è tempo di riprendere un po di attività fisiche).

Il dono di natura che vorrei avere 
Memorizzare al primo ascolto qualsiasi musica.

Nella musica, la cosa che detesto di più 
L'approssimazione e la superficialità.

Gli errori musicali che mi ispirano maggiore indulgenza 
Non saprei... Un errore è un errore, l'importante è cosa farne una volta commesso.

Il pezzo che vorrei venisse suonato al mio funerale 
Non ci ho pensato ancora... troppo presto.

Lo stato attuale della mia attività musicale 
Sono soddisfatto dei progressi che ho fatto negli ultimi anni. Continuo a studiare e sento di avere avuto una crescita musicale esponenziale da quando mi sono stabilito a New York. Continuo a suonare con Osby, ho avuto modo di suonare con Mark Turner, Joe Lovano, Terry Lyne Carrington, Marc Copland. Il mio album sta avendo buoni riscontri. Sì, sono soddisfatto.

Il mio motto 
Non saprei... Ci penso e lo dico alla prossima intervista.

 


 

From America Oggi

 

"Lepore e Santaniello: due generazioni di jazzisti a confronto" di Francisca De Candia, 

Joseph Lepore Nato A New York, ma cresciuto a Salerno, Joseph Lepore il bassista jazz italiano che ha conquistato la sua citta' natale, ha una storia familiare fatta di emigranti. Il padre ha lavorato tanti anni negli Stati Uniti e prima ancora il nonno. Ed ora lui si ritrova di nuovo qui', stabilmente dal 1999 a protare avanti la sua carriera e vita da jazzista. Fu una decisione avventurosa la sua, venire nella Grande Mela quando la sua carriera in Italia era in fermento, in fase di decollo.

 

 Ma allora perche' Joseph Lepore e' venuto qui' a New York?

 "Ho lasciato tutto per l'ignoto. Queste sono scelte che di solito si fanno nei twentiews, io invece avevo 31 anni, e quella e' una eta' critica della vita: da un lato ti sembra di avere meno tempo per realizzare le cose da un altro ero piu; cresciuto, piu; maturo e questo e' stato un prerequisito fondamentale per stare qui', ho visto molta gente affondare. New York e' una citta' molto difficile, ti puo' dare tanto ma ci devi mettere tanto".

 Che cosa hai trovato a New York?

 C'e' una buona interazione tra musicisti. Devo dire che anche qui' ci sono le cosiddette lobby ma c'e' anche un'apertura maggiore nei confronti delle persone che arrivano. Tutti i musicisti piu' forti al mondo alla fine vengono qui'. Siamo un numero molto elevato e lo stadard qualitativo e' il piu' alto al mondo: questo ambiente rende ciascun musicista piu' umile rispetto ai loro luoghi di provenienza.

 Dopo tanti anni di musica, di incontri, di vita rifaresti questa scelta?

 Io sono qui' ancora a tentare la sorte, devo dire che dopo tanti anni, guardandomi indietro e confrontandomi con cio' che avviene in Italia e con la mentalita' del nostro paese, posso ritenermi molto soddisfatto. Ho collaborato con grandissimi artisti, come Greg Osby con cui ho registrato un disco nel 2008, con cui ho imparato moltissimo, concezioni nuove della musica.

 Che cosa succede quando i musicisti italiani si incontrano in un' occasione come quella degli Italian Jazz Days?

 Questo e' un festival che ha come scopo quello di esporre il jazz che viene prodotto in Italia nella madrepatria del jazz, e il lavoro dei musicisti italiani che vivono qui'.

 L'interazione che avviene durante questo festival rimane un fenomeno o collaborate tra di voi anche dopo e al di fuori?

 Basandomi sulle mie esperienze personali direi che la rete si mantiene e ci sono diverse collaborazioni. Nel corso di questi eventi incontri quei colleghi che poi vedi suonare nei locali di New York o che vengono a sentirti suonare. Il fatto che sia stato possibile organizzare una manifestazione del genere vuol dire che esiste la materia umana da importare negli Stati Uniti.

 Quanto sono importanti gli Italian Jazz Days per i musicisti italiani? C'e' un riconoscimento del loro lavoro?

 Questa e' una grande vetrina per i musicisti italiani, per far vedere agli ambienti newyorkesi di jazz quello che succede in Italia, e la qualita' della musica che si produce in Italia. Una piccola percentuale di noi vive qui', gli altri vengono dall'Italia. Purtroppo a volte la stampa italiana e' un po pigra nel dare la dovuta attenzione agli artisti italiani che operano a New York. Una mano da parte loro, soprattutto per gli artisti emergenti, sarebbe gradita. 

 Stasera ci sara' l'opening degli Italian Jazz Days ma il concerto piu' atteso e' quello del 12 Ottobre con Joe Lovano, qualche anticipazione?

 E' la prima volta che suono con Joe Lovano. Sono molto contento di farlo con questa compagnia di italiani: Antonio Ciacca, Luca Santaniello e Dominick Farinacci. Purtroppo io ho dovuto saltare la prova, ci incontreremo li; e vedremo che succede!

 


 Interview from JazzInside, October 2010

 How has fear impacted your life, specifically as a creative performing musician?

 How have you managed or attempted to overcome fear, or to transform it into something positive?

  I think of fear as something that is a natural component of human beings and all living creatures's existence. We all experience from time to time something that might generate fear in us. I remember in 1999 my career was moving forward and I decided to move back to the US from Italy. I knew I was gonna start all over, from scratch. And I wasn't so sure about what was going to happen: in those days before leaving for NY I experienced a deep anxiety and fear. Fear of the unknown. In retrospective I am glad to have made that decision: 

I've experienced a huge growth process both as a musician and as a person. New York is not an easy place and all the best musicians end up here at one point in their lives. This constantly pushes you to keep refining your craft if you are serious about it.         

  In New York I spent the first years checking out almost on daily basis as much music as I could. The more I listened the more I realized how hard I had to work to improve. I reacted with a certain shyness, but I made sure to put in a lot of practice time on my instrument. 

Life can throw at you all sorts of challenges and it is important to keep a certain balance within your self. 

I grew up in a town in southern Italy and moving to New York, actually moving back here (I was born in Queens), was a big cultural shock;  getting to know and understand the social environment in which you live  and its mentality is very important. 

But above all, knowing yourself is the key element in overcoming fear:

sometimes it can be of our own potential, our own capabilities.    

Without fear, as long as it doesn't overwhelm you, there is limited growth. If I fear something I stop and think..... 


"When you're sitting in a danish provincial city with a hammering New York-heart, you can dream away for a while when listening to bassist Joseph Lepore's album Journal. In company of saxophonist Lance Murphy, terrific vibraphonist Tim Collins and drummer Nasheet Waits he has made a timeless album with focus on the classic New York-jazz: intense, sensitive, poetic, funky, inspiring and very well-played...Songs like "Running" and the Monk tribute "Sphere's" with a terrific bass solo paired with Waits on drums are among the tunes worth an extra mention on Journal." -- NIELS OVERGAARD, Jazznyt (Denmark), review of Joseph Lepore, Journal August 2010


"Journal has a driving, up to date New York-jazz that flows out. Murphy's tough, distinct, bright tone brings to the band the backbone that inspires Waits drumming, and the same goes for Lepore's magnificent playing. He plays the central role in Puzzle with basslines that build up the composition's character. Collins relaxed vibraphone adds to the attention with a nice sound that brings richness and clarity. The music has overall a rich and strong core to it, with the musicians loose flexibility as a platform that allows them to stretch out. The ten minutes long "The Lazy One" serves as a great cross-section on the groups abilities and stylistic feel." -- GORAN OLSON, Digjazz (Sweden), review of Joseph Lepore, Journal


"Bassist Joseph Lepore spent his formative years in Italy, where his experiences ranged from classical conservatory study to Rome jazz gigs to television work. But for the past decade he’s been back in New York (the city of his birth), working alongside innovative saxophonist Greg Osby and now releasing his debut on Osby’s label. Lepore leads a sharp quartet through eight of his evocative compositions in a collection that initially moves at its own leisurely pace while quietly revealing an intriguing group dynamic — like on “Waiting For Better Times,” which features a warm tenor solo from Lance Murphy (the source of this piece’s subdued mood is explained in the liner notes: it was written while Lepore was laid up with a broken ankle). Things turn more aggressive on “Puzzle” and “Sphere’s,” with Lepore and drummer Nasheet Waits directing the tricky dialogue between Murphy and vibraphonist Tim Collins." -- Downbeat, AARON COHEN
editor's pick of Joseph Lepore, Journal 
(Inner Circle Music)
July 2010


"The introductory bass solo by Joseph Lepore is a tasteful mix of tradition over a modern feel...Vocalist Sara Serpa, guitarist Nir Felder, pianist Adam Birnbaum, bassist Joseph Lepore and drummer Hamir Atwal make up the tightly hewn unit that interprets Osby’s music as if Lady Destiny herself had ordained it." -- CD Baby, review of Greg Osby's Nine Levels


"Joseph Lepore (bass) and Hamir Atwal (drums) create the robust rhythm section that admirably handles the labyrinthine changes and deep grooves in 'Principle' or the swing bop backbone in 'Truth.'" -- Mark F. Turner, review of Greg Osby's Nine Levels


"Drummer Davis and bassist Lepore also deserve special note—their time-feel was heavy and thick. Davis makes every quarter note sink into you, staying delightfully behind Lepore’s more driving feel." -- Adam Kinner, review of the Greg Osby Sextet at the Montreal Jazz Fest. July 2009


"On Tuesday, in the first set of what Mr. Osby described as a debut performance, the ensemble — with Sara Serpa on vocals, Mike Pinto on vibraphone, Nir Felder on guitar, Joseph Lepore on bass and Hamir Atwal on drums — created an hourlong suite of dark-hued, drifting, luminous music, with rounded edges offsetting some spidery intervals." -- Nate Chinen, review of the Greg Osby Sextet at the Village Vanguard August 2008


"Weaving in recorded train announcements and subway sounds, the music rushes forward in fits and starts, almost demonically supported by bassist Joseph Lepore and drummer Rodney Green...Lepore and Green are an integral part of the trio and have an equal voice in the trio's sound, specially when not soloing." -- Budd Kopman, review of Toru Dodo's Dodo3


"Allen's trio, with Joe Lepore (bass) and Jeremy Clemons (drums), quickly reminded listeners (Feb. 19th) of Morris' decidedly 'jazz' roots, swinging in the tradition of a Sonny Rollins trio with an Ornette-ish swing anchored by Lepore's Jimmy Garrison-like pulse under Allen's weaving lines." -- All About Jazz, review of JD Allen Trio at Louis 649


"...his acrobatic trio mates—Joseph Lepore on bass and Rodney Green on drums—fly around complicated structures and rhythms with energy and precision." -- Brian P. Lonergan, review of Toru Dodo's Dodo3


"After high-energy movement, Lepore delivers a rather subdued solo with the sound of an underground train in the background." -- Woodrow Wilkins, review of Toru Dodo's Dodo3


"Joseph Lepore slides off a tasty arco bass solo with the ease of Paul Chambers in the mid-1950s." -- C. Micheal Bailey, review of Fabio Morgera's Need For Peace


"'Giacomo Swing' is titled for classical composer Puccini and Lepore provides some tasty arco work." -- Micheal P. Gladstone, review of Toru Dodo's Dodo3